La leggenda di Colapesce

Sulla leggenda-mito di Cola Pesce, esistono ben 18 varianti di racconti scritti da vari autori, più innumerevoli versioni orali che si tramandano di generazioni in generazioni, da millenni o da molti secoli, in modo particolare nella zona del messinese, che in altre località dentro e fuori della nostra martoriata terra siciliana ed anche al di fuori della nostra Nazione. Probabilmente, chi ha scritto o scrive su questo incredibile ed affascinante “Homo Piscis”, in qualsiasi latitudine, ha sempre cercato o cerca di continuare a contendersi la paternità.

Si deve considerare che per il passato, nonostante le grandi distanze e le difficili vie di comunicazioni allora esistenti, tranne quelle marine, quasi dappertutto, sia per motivi culturali in relazione agli usi e costumi degli altri popoli, sia per motivi militari o per motivi prettamente commerciali, la gente viaggiava continuamente e pertanto veniva a conoscenza anche delle fantastiche varie leggende o fatti incredibili, che venivano raccontate dal popolo, nei vari luoghi da loro visitati.
Evidentemente, quando tornavano nei loro abituali siti, adattavano questi fantastici racconti, di vario genere, che avevano ascoltato nei paesi molto lontani, dove con molta probabilità avevano preso anche degli appunti, che opportunamente ampliavano con l’aggiunta di ulteriore fantasia e con qualcosa di inverosimile ed a volte cambiavano nomi e luoghi.

Pertanto, il racconto veniva presentato come se fossero stati loro stessi gli autori.
Per quanto riguarda il mito di Cola Pesce è pur vero che, tranne alcuni, la maggiore parte di questi autori concordano che, anche se con qualche distinguo in relazione al luogo di nascita, le gesta di questo essere leggendario si svolgevano nel mitico mare dello stretto di Messina, nel periodo in cui regnava Federico II,  intorno al 1230.

Per doveroso rispetto, andiamo a citare alcuni dei nominativi che nel tempo e fino ai nostri giorni, sono stati ottima fonte d’informazione, come: fra’ Salimbene de Adam, Gioviano Pontano, Francesco Pipino, Giulio degli Omodei, Giuseppe Pitrè, Benedetto Croce, Friedrich Schiller (il quale compose anche una ballata “Il Palombaro”), Gaspare Scarcella, Francesco Lanza ed i messinesi Francesco Maurolico, Giuseppe La Farina, Eduardo G. Boner, Felice Bisazza, Salvino Greco, Franz Riccobono e non ultimo Giuseppe Cavarra, che oltre ad assemblare quasi tutti i racconti degli autori sopra citati ed a dare il suo qualificato personale apporto narrativo, è riuscito a raccogliere con molta pazienza certosina, nell’ambito del territorio messinese, con delle interviste, molti racconti orali di questo spettacolare mito.

Da una ulteriore informazione del Pitrè, veniamo a conoscenza che questa leggenda, oltre ad essere conosciuta in tutta l’Europa, è anche molto conosciuta sia in Russia che nel Giappone, dove in questa ultima nazione la leggenda del mito, in versione femminile, è abbastanza famosa sin dal XI secolo, tanto da essere stata raffigurata in una incisione della scuola Yamamoto, che fu operosa fino al XIV secolo.
Ma c’è anche da dire che molti altri autori farebbero risalire la comparsa di questo mito, prima e durante il periodo classico.

Infatti lo Scarcella nella sua esposizione asserisce che il mito di questo essere anfibio risalirebbe addirittura prima della caduta di Troia e che sarebbe, contemporaneamente padre e marito delle affascinanti ma pericolosissime Sirene, le quali con i loro melodiosi canti incantavano, catturavano e si cibavano degli sfortunati naviganti, che ignari si trovavano a transitare in quelle acque prospicienti di Scilla e Carriddi. Egli stesso contribuiva ad  indirizzare le navi, spingendoli verso gli scogli ed alla loro cattura.
La mitologia ci porta a conoscenza che soltanto due esseri mortali sono riusciti a resistere all’attrattiva fascinosa del melodioso canto delle dee marine ed attraversare indenni lo specchio di mare, ritenuto per l’epoca di elevata pericolosità.
Orfeo, unitamente agli Argonauti guidati da Giasone alla volta della Colchide per la conquista del Vello D’oro in possesso del re Eeta, riuscì a superare questo pericolosissimo ostacolo, grazie all’insuperabile suono celestiale della sua lira, oscurando il melodioso canto delle Sirene.

Mentre l’astuto Ulisse, non avendo nulla da potere contrapporre alle dee marine, ed essendo per sua natura curioso e smanioso di conoscenza, utilizzò come sempre l’astuzia.
Si fece legare all’albero maestro della nave, facendo prima ancora tappare le orecchie del suo equipaggio con della cera e dando nel contempo l’ordine tassativo di non slegarlo per nessun motivo al mondo.
Dopo avere considerato che i loro ripetuti tentativi melodiosi sono stati inutili nell’adescamento dell’Itacese e del suo equipaggio, ed avendo anche constatato che nemmeno la forza immane del loro genitore che invano spingeva la nave verso gli scogli, ha dato il risultato sperato, essendo stati i reduci della battaglia di Troia aiutati da Eolo e da qualche altro nume dell’Olimpo, le Sirene prese dal non soddisfatto appetito famelico, si scagliarono contro il loro padre e compagno.

Ma egli  seppe resistere benissimo ai loro sconsiderati attacchi, riuscendo ad infilzarle con la sua incorporata spada per poi scagliarle con inaudita violenza contro le due sponde dello stretto. Veduto quanto stava accadendo, Scilla e Cariddi, altri due famelici mostri di questo pericoloso tratto di mare, tentarono di cibarsi con i resti delle Sirene, ma ogni qualvolta cercavano di addentarle, esse si trasformarono in scogli e cosi rimasero in eterno come corollario lungo tutte le coste dello Stretto.
Dopo questa inaspettata rivolta della sua ingrata progenie, il gigante anfibio colpito da immenso dolore, disperato ha tentato di togliersi la vita, scagliandosi violentemente con grande velocità contro gli scogli, tanto da scuotere con l’urto l’intera Trinacria e provocare nel contempo un immenso movimento tellurico, restando egli stesso esamine per il tremendo colpo subito, per poi riprendersi dopo parecchio tempo, soltanto dopo le pietose ed amorevole cure che gli sono state prestate dalle Nereidi, inviate dai loro genitori, che avevano assistito impotenti ed attoniti alla tragedia, che si era consumata sotto i loro occhi.

Purtroppo, dopo il suo lento rinvenimento, Cola Pesce si rese conto che la sua spada si era rotta, rimanendo conficcata nella roccia.
Disgustato da quanto era accaduto ed avendo necessità di dimenticare e di trovare un po’ di serenità, decise di trasferirsi altrove, verso mari più tranquilli, dove venne seguito dalle Nereidi che lo confortavano continuamente.
Ma poiché nessun mare lo soddisfaceva, dopo avere lungamente girovagato verso mari sconosciuti e misteriosi, volle fare ritorno nel suo indimenticabile bellissimo mare di Messina.  Con lui, del quale era pazzamente innamorata, volle restare la dolcissima ninfa Orizia, lasciando che le sorelle tornassero dai genitori nel loro luminoso subacqueo palazzo di perle e di cristallo.

In merito a Cola Pesce, secondo alcune ipotesi consolidate (e fra questi Ulisse Aldrovandi),  sembrerebbe che la tradizione lo rappresenti come un essere mezzo uomo e mezzo pesce, ricoperto di squame nella maggiore parte del corpo, con braccia corte, con artigli al posto delle dita, pinnate così come per i piedi, capelli folti e pieni di alghe (molto probabilmente anche i capelli avevano subito la loro metamorfosi) ed una membrana incorporata come un mantello.
Per completare la descrizione dell’antico mito di “Andrittios”, questo anfibio sarebbe stato un essere mostruoso con in testa una lunga ed acuminata spada, che gli sarebbe servita per trafiggere i poveri naviganti malcapitati, (ma che in seguito si spezzò come già sappiamo) i quali a loro volta venivano sbranati dalle antropofaghe Sirene.

Quindi in parole povere, egli stesso sarebbe stato una Sirena di sesso maschile.
Se andiamo ancora più indietro nel tempo, il mito originario di Cola Pesce può essere paragonato al gigante Atlante, al quale è stato imposto da Zeus a sostenere la volta celeste sulle spalle.
Pertanto, considerando la precarietà delle fondamenta sulle quali poggiano in modo particolare la città di Messina e Capo Peloro,  in quanto soggette nei secoli a moltissime sollecitazioni telluriche, il nostro leggendario eroe, secondo le varie tesi, anch’esso incaricato dal padre degli dei, dovrebbe sostenere con una mano l’angolo che presenta la maggiore criticità geologica della nostra Sicilia. A tenergli compagnia, come già detto, ci sarebbe la dolce ninfa Orizia, una delle Nereidi, figlia di Nereo e di Doride.
Tuttavia, sia la prima che la seconda ipotesi confermano l’attaccamento simbiotico del popolo Siciliano con l’ambiente marino, dal quale ne trae beneficio nella convivenza con l’elemento acqua, che può anche essere paragonato al liquido amniotico, prima culla dell’inizio della nostra esistenza.

Con il passare dei secoli, questa antica leggenda si rinverdì, attraverso gli ampliati racconti orali del popolo, subito dopo l’undicesimo secolo. Infatti, per la prima volta all’antichissimo mito, il viaggiatore Francesco Pipino da Bologna volle affibbiare il soprannome di Cola Pesce.

Da quel momento in poi, questo nome venne adottato da tutti coloro che scrissero delle mirabili gesta di questo strabiliante eroe leggendario.
Certamente, anche per il nostro eroe, per come è già stato detto sopra per altri fatti, sia chi ha scritto e sia chi ha raccontato verbalmente, ha ampliato e un poco modificato a secondo il luogo in cui è stato reso palese, adattandolo ed aggiungendo fantasticherie sulle sue incredibili gesta, giurando anche di essere stati personalmente testimoni.
Da parte nostra, poiché riteniamo che il mito-leggenda di questo essere anfibio ebbe luogo nelle acque del nostro mitico stretto, andremo a raccontare la versione più vicina a noi.
Nel tempo in cui regnava sua maestà Federico II, in un piccolo villaggio della città di Messina situato a Capo Peloro, bagnato dalle limpide e fresche acque dello stretto, viveva una donna di nome Agatina ed era sposata da alcuni anni con un pescatore, il quale a sua volta l’amava profondamente.

Purtroppo, da qualche tempo la signora era diventata molto triste, in quanto gli anni passavano ma figli non ne venivano.
Un giorno, sfiduciata, con il pensiero fisso che un giorno lei ed il marito sarebbero rimasti per sempre soli ed ammalati, decise di farla finita con la propria vita, gettandosi in mare con una pietra legata al collo.
Quando arrivò sulla spiaggia e stava per compiere l’insano gesto, si sentì chiamare “Fermati, cosa stai facendo Agatina, vedi che stai commettendo un grosso errore”.

Avendo udito ciò, la donna si guardò intorno ma non vide proprio nessuno. A questo punto stava di nuovo per ributtarsi in mare, ma la voce ricominciò nuovamente dicendole di non mettere in pratica il drammatico gesto.
Era un pescespada che si trovava nel mare antistante la spiaggia e per farsi notare, muoveva continuamente la coda. Infatti, la povera donna vide questo grosso pesce parlante e rimase sbigottita.
Nel frangente, Agatina pensò che ciò non poteva essere vero. Ma il pescespada non le diete il tempo di pensare altro, dicendole di prendere una conchiglia che si trovava poco distante attaccata ad uno scoglio e di mangiarla intera, aggiungendo che nove mesi dopo sarebbe stata madre di un bellissimo bambino e nel contempo le raccomandò che non appena nato avrebbe dovuto immergerlo per tre volte in questo mare, in modo tale da crescere sano ed abbastanza forte.

La povera donna, restando molto meravigliata, in un primo momento non volle prestare fede a ciò che aveva visto ed udito, ma ripresosi, pur rimanendo titubante si convinse di fare quello che le era stato detto.  Prese la conchiglia e la ingurgitò con tutto il guscio.
Subito dopo averla mangiata, si senti un gonfiore alla bocca dello stomaco e contemporaneamente sentì un flebile vagito di un bambino.  Ella rimase ancora una volta incredula, in quanto le sembrava stranissimo che in così poco tempo potesse accadere una cosa simile, ma si volle convincere pensando che ciò poteva scaturire solo da un fatto miracoloso.
Quando all’imbrunire ritornò a casa dalla pesca il marito, ella tutta felice, gli raccontò cosa le era accaduto. Il povero pescatore, pur restando incredulo nella sua convinzione, per non dare un dispiacere alla moglie, che diversamente dai giorni precedenti, sembrava sprizzare felicità e gioia, finse di credere a quanto gli era stato da lei raccontato.

Intanto i mesi passavano ed Agatina mostrava in modo evidente i segni di una reale gravidanza. A questo punto, di fronte all’evidenza dei fatti, anche il marito si convinse che la moglie gli aveva raccontato la verità.
Infatti, al raggiungimento del nono mese di gravidanza, diede alla luce un dolcissimo bambino dagli occhi di un verde smeraldo (che riflettevano il colore delle acque dello stretto) e  dai capelli corvini.
Felicissimi i genitori, come volevano le antiche tradizioni, lo chiamarono Nicola come il nonno paterno, ma preferirono chiamarlo con il vezzeggiativo di Cola.
Intanto gli anni trascorrevano ed il bambino cresceva felice , gioioso e con una robusta corporatura. Egli ogni tanto frequentava i ragazzi della sua età, ma preferiva passare il tempo ad osservare quella immensità d’acqua, che per un’ arcano mistero, si sentiva continuamente attratto, tanto da essere indotto in modo sovente ad immergersi in quei fondali nei quali egli sentiva l’appartenenza.

La madre, che aveva capito fin troppo bene l’attrazione che il mare suscitava nei confronti del figlio Cola, volle avvisarlo ossessivamente dai pericoli che gli poteva riservare questo mare, ritenuto da tutti molto pericoloso, aggiungendo inoltre che avrebbe preferito che da grande egli non facesse il pescatore come il marito, in quanto il mare è bello a vedersi ma in qualsiasi momento può causare tremende tragedie, specialmente se uno sta continuamente a contatto.
Il giovane Cola, dava sempre l’impressione di dare il giusto ascolto alla madre, ma in cuor suo già sapeva che non avrebbe mai potuto mantenere, in tal senso, alcuna promessa.

Infatti quasi subito dopo, come richiamato da una forza irresistibile, ritornava su quella spiaggia per contemplare l’antistante mare, del quale egli conosceva oramai benissimo il fondale ed ogni sua cavità marina.
Quel mare per Cola rappresentava l’unico scopo della sua esistenza, dove egli si trovava a suo completo agio nell’immergersi nelle profondità marine e nuotare a fianco dei saltellanti delfini e dei pescespada, con i quali gareggiava da pari e che era già riuscito più volte a superarli. Anche le murene sentivano attrazione nei suoi confronti, infatti si avvicinavano, cercando il contatto fisico attraverso le sue delicate carezze, che egli non disdegnava di fare.
Cola dimostrava di avere molto rispetto per questi esseri marini ed intrecciava rapporti sinceri di amicizia e di solidarietà e riteneva ingiusta la bramosia dell’uomo nei loro confronti.

Infatti, proprio perché aveva un’alta considerazione nei confronti di questi suoi amici e compagni (dei quali aveva appreso anche il linguaggio), ogni qualvolta che suo padre ritornava con il pescato, egli sistematicamente lo ributtava a mare, nonostante i rimproveri e la disperazione del povero uomo, per il quale quel ben di Dio rigettato nelle acque dello stretto, rappresentava la fonte economica della sua famiglia.
Anche la mamma Agatina era disperata per l’incomprensibile comportamento di suo figlio, che pian piano li stava buttando nella povertà più assoluta.
E proprio per questo motivo, in un momento di sconforto e disperazione, lanciò contro Cola una terribile maledizione: “Poiché tu ami i pesci più degli esseri umani e della tua famiglia, a questo punto spero che anche tu possa diventare un pesce, cosi come ormai tutti ti chiamano”.

Certamente, in cuor suo Agatina non avrebbe realmente voluto che quello che ha detto contro il figlio si avverasse, in quanto era stato detto solo in un momento di rabbia.
Invece, non appena ella fini di pronunciare quella tremenda invettiva, il giovane incominciò a trasformarsi.
Cola ebbe dei mutamenti nel corpo e nelle gambe, che si riempirono di squame, la gola ed il petto si ingrossarono per via della comparsa delle branchie, nelle dita delle mani si formarono artigli come quelli dei grossi volatili, i piedi gli divennero palmati, il timbro della sua voce divenne molto più rauca, mentre i suoi capelli divennero più grossi ed appiattiti, come fossero delle alghe.

Di fronte a tutte quelle mostruosità improvvise ed inaspettate, Agatina inveì contro se stessa per quello che aveva detto e piangendo disperatamente si mise a pregare il buon Dio perché Cola potesse ritornare ad essere un uomo normale.
Ma mentre pregava, si accorse che suo figlio era molto contento della trasformazione che aveva subito il suo corpo e nel contempo vide pure che, appena Cola si allontanava dal mare, come per magia, il suo corpo ritornava ad essere perfettamente come prima.
Pertanto, capì che, oltre alla felicità palesata dal figlio, le mostruosità erano solo temporanee e soltanto in presenza del mare si ripresentavano. Questo servì ad Agatina a lenire di molto il suo dolore iniziale.
Da quel momento in poi, le sue immersioni non ebbero più un tempo prestabilito e la madre non si preoccupò più delle sue prolungate assenze, che a volte potevano benissimo essere per molti mesi ed a volte anche anni.
Infatti, una volta disse alla madre, che avrebbe intrapreso un lunghissimo viaggio in quanto era sua intenzione raggiungere l’oceano, spinto da uno spirito d’avventura, perché avrebbe voluto conoscere altre creature che popolavano quei misteriosi mari e visitare i suoi infiniti  fondali.

Se andiamo ad analizzare quanto appena sopra detto, possiamo notare delle inconfondibili analogie con il periodo dell’epoca della mitologia.
Mettendo benissimo a confronto il momento in cui il leggendario uomo pesce, seguito dalle amorose Nereide, volle abbandonare questo specchio di mare per altri lidi, dopo essersi sentito molto provato dall’improvvisa ed inaspettata rivolta delle Sirene, possiamo benissimo asserire che in entrambi i casi esiste un distacco pienamente voluto, come con il momento quasi identico, in cui il nostro quasi contemporaneo, dopo avere scoperto di essere a tutti gli effetti un uomo pesce, spinto da una grande curiosità di maggiori conoscenze e pieno di spirito d’avventura, decise di intraprendere un lunghissimo viaggio, lasciando anche egli questo bellissimo mare, per poi ritornare dopo molto tempo.
Infatti, questa volta, dopo che erano trascorsi quasi tre anni, dell’uomo anfibio s’erano perse completamente la tracce e la gente non parlava più di lui.

Anzi, qualcuno azzardò dicendo che, con molta probabilità, il giovane fosse finito dentro le fauci di uno squalo gigante, oppure nello stomaco di una balena.
Ma un giorno, quando nessuno più chiedeva di lui, ecco che improvvisamente venne issato a bordo di una barca, dentro delle reti, appartenenti ad un gruppo di pescatori  messinesi.
Quando questi lo videro, in un primo tempo, pensarono che si trattasse di un mostro marino, ma accortosi che questo essere stava per riacquistare le giuste sembianze umane, capirono benissimo che si trattava di Cola Pesce.
Gli chiesero da dove proveniva, cosa avesse fatto e visto in questi anni di assenza dal mitico mare dello Stretto.

Il giovane, sollecitato dalle molteplici domande dei suoi amici pescatori, rispose dicendo che le ricchezze del mare, compresi quelli degli oceani, sono talmente infinite che non si possono descrivere in un elenco. Vi posso invece raccontare che, in esso vivono stranissimi animali mostruosi, come quel lunghissimo drago che era fornito di pinne ed ali abbastanza ampie che riusciva a venire fuori dalle onde, sollevandosi senza nessuna difficoltà, per poi spiccare un volo senza dubbio meglio di un volatile.
Il suo fortissimo movimento delle ali, agitava il mare facendo scaturire altissime onde quasi alte come una montagna. La sua bocca doveva essere sicuramente fornita da una ventosa aspirante, tanto da risucchiare i pesci da distanze considerevoli.
Nel continuare il suo racconto ai marinai, Cola disse che anche lui era stato attaccato da questo famelico drago per tre volte, ma riuscì a sfuggire, dopo essere stato inseguito per moltissime leghe, rifugiandosi in una profonda e stretta caverna delle isole eoliane.
Considerando la mole del mostro, per quest’ultimo, era certamente impraticabile riuscire ad entrarci. Infatti, poco dopo qualche tentativo, pur se molto scontento, riprese il largo abbandonando quella difficile e sgusciante preda.
Poi aggiunse che, durante i suoi viaggi, vide delle città sommerse con palazzi tutti edificati con oro, argento e perle luminose.

Questi palazzi erano abitati da uomini giganti. Inoltre, disse che al di là delle colonne d’Eracle esiste un mare di alghe tutte d’oro, ed è impossibile insistere a guardarlo, in quanto ci si resta accecati per via della immensa luminosità che emana.
Una volta raggiunta la spiaggia di Torre Faro, gli altri pescatori videro che Cola Pesce era tornato a casa ed avendo saputo dei fantastici ed affascinanti racconti, lo pregarono di ripeterli anche a loro. Da quel momento in poi fu costretto, per le forti insistenze, a raccontarle anche per più di mille volte.

Intanto, molto speditamente si era sparsa la voce per tutta la Sicilia, del ritorno di questo uomo leggendario ed anche degli incredibili racconti che molto tranquillamente ha palesato.
Ormai, ovunque andava questo essere anfibio, oltre a suscitare ammirazione, meraviglia ed interesse, era ritenuto l’orgoglio di tutta l’isola.
Spesso elargiva consigli, senza compensi, ai marinai ed agli equipaggi delle navi, sulle burrasche in arrivo, sui fondali, sulle correnti e sulle rotte più sicure da seguire.
Non passò molto tempo dal suo ritorno, che gli venne dato l’incarico di messo del mare per tutto il Mediterraneo, da parte del Re di Sicilia.

Il suo compito consisteva nel portare dispacci urgenti ai regnanti di Napoli e di Spagna, e per  questi servigi non pretendeva alcuna ricompensa.
Durante il tragitto dei viaggi più lunghi, si riposava aggrappandosi a qualche legno, oppure si faceva trasportare sul dorso di un disponibile delfino, che veniva continuamente accarezzato da parte di Cola pesce.
Quando passava accanto alle navi, i marinai riconoscendolo gli auguravano di giungere alla metà sano e salvo.

Durante le sue innumerevoli immersione, riportò varie volte dai fondali, dei tesori (costituiti da monete d’oro) che si trovavano dentro i galeoni sommersi e che egli donò alla Città di Messina.
Le sue continue strabilianti e leggendarie imprese marine, giunsero all’orecchio del Re di Sicilia, che spinto anche da una sua curiosità personale, fece chiamare l’uomo anfibio al suo cospetto, ponendogli molte domande, per sincerarsi che quello che si diceva nei suoi confronti fosse vero.

Nel loro interloquire, il Re volle metterlo alla prova, dicendogli che se fosse riuscito a superare delle imprese, gli avrebbe dato in sposa sua figlia, la principessa Costanza, una stupenda ed affascinante fanciulla.
Quando Cola la vide, non riuscì più a staccarle gli occhi di dosso. Ma anche per la Principessa fu la stessa cosa, ella nel guardare il bellissimo viso e lo stupendo corpo del leggendario pescatore, che sembrava scolpito da un grandissimo artista, si sentì attraversare da un dolce fremito.

Il Re dopo avere avuto la risposta positiva da parte  di Cola Pesce, diede ordine ai suoi cortigiani di allestire una nave. Una volta che furono tutti a bordo, il Re Federico fece collocare la nave nel centro dello stretto, proprio nel posto più tormentato sia dalle correnti marine e dai gorghi che creano pericolosi vortici. Appena giunti sul posto già prestabilito, il Re prese una coppa d’oro tutta incastonata di diamanti e la scagliò in mezzo alle onde, ordinando all’uomo Pesce di ripescarla.
Cola si buttò in mezzo ai vortici e vide che la preziosa coppa era andata a finire tra le spire di un mostruoso serpente marino, che si trovava nei fondali più oscuri dello stretto.
Senza pensarci due volte ingaggiò una tremenda lotta con il mostro marino,  tanto che la violenza dei poderosi colpi che si scambiarono, tutto intorno sollevarono impressionanti onde da fare ondeggiare anche la nave.  Subito dopo, le acque si placarono.
Tutti i presenti, unitamente anche ai pescatori della costa peloritana, che si erano portati intorno alla nave,  stavano con il cuore in gola, quando improvvisamente ecco apparire Cola Pesce con in mano la coppa che il Re aveva lanciato in mare.  In quell’istante che egli apparve, si udì un grido di gioia emesso da tutti i presenti.

Anche il Re si è mostrato felice ed andandogli incontro si congratulò con lui. Mentre la principessa era rimasta affascinata e sprizzava gioia per la grande impresa compiuta dal suo eroe.
Ma il Re, senza avere dato tempo a Cola di prendere un po’ di respiro, rigettò nuovamente in mare la coppa, dicendogli di andare a riprenderla ed al suo ritorno avrebbe dovuto raccontargli tutto quello che avrebbe visto nei fondali marini.  Intanto, la coppa sparì nelle profondità marine e Cola non perse tempo a rituffarsi ed iniziare la  sua ricerca.

Questa volta la ricerca non fu abbastanza facile ed il nostro eroe, dopo avere superato mille ostacoli, in un mondo abitato da polipi giganti forniti da una miriade di tentacoli, da stranissimi draghi che emettevano fiamme, da granchi gigantissimi con delle lunghissime e taglienti chele, da famelici pescecani che si nascondevano negli affratti più bui e da salamandre velenose, dovette sostenere moltissime lotte per superare ogni pericolo e raggiungere cosi la coppa che era andata a finire, per via delle tumultuose correnti marine, nelle viscere magmatiche del vulcano Etna.

Non appena riprese la coppa, inizio il viaggio di ritorno, anche questo non senza pericoli in quanto Cola venne inseguito da un altro smisurato polpo (dal latino Polypus, comunemente detto polipo) con il quale, in considerazione della grande mole, preferì non ingaggiare nessuna battaglia. Purtroppo, per tutti questi ostacoli, la sua assenza durò tutta la giornata ed in considerazione del tempo trascorso, e non sapendo che fine avesse fatto,  il Re, la principessa e tutti gli astanti, rimasero molto trepidanti.
Ma ecco che improvvisamente si vide Cola Pesce venire fuori dalle onde e contemporaneamente si udì un tripudio generale nei confronti di questo meraviglioso uomo di mare.
Soltanto la principessa Costanza tremava ancora come una foglia, perché aveva temuto che Cola non avesse fatto più ritorno. Ma quando il suo stupendo eroe mise piede sul battello, incominciò a rasserenarsi ed i suoi splenditi occhi azzurri ritornarono a risplendere.
Il Re aveva capito benissimo del turbamento che attraversava in quel momento la sua deliziosa figlia ed avvicinandosi, le sfiorò dolcemente la mano per rassicurarla.
Subito dopo si rivolse verso l’uomo anfibio e con voce autoritaria gli chiese cosa avesse visto nelle profondità marine.

Cola gli rispose che oltre ad esserci animali mostruosi, in fondo al mare c’è un abisso talmente profondo che non si riesce a capire dove finisce ed inoltre aggiunse che sotto lo stretto di Messina passa una vena di fuoco che si diparte dall’Etna, che oltre ad intorbidare le acque circostanti  fa anche ribollire il mare tutto intorno, come se ci fossero ampie caldaie degli inferi.
Poi continuò ancora, dicendo che la Sicilia viene sorretta da tre colonne, di cui due in ottimo stato, mentre la colonna dove poggia la città di Messina è purtroppo molto lesionata.
A questo punto il Re si complimenta dicendo a Cola che ha compiuto due imprese estremamente straordinarie.

Ma mentre loro parlavano, la principessa continuava a guardare con estrema ammirazione Cola che ai suoi occhi egli appariva come un essere superiore.
Intanto il Re capì benissimo che la figlia si era pazzamente innamorata di questo aitante giovane popolano ed in cuor suo sapeva benissimo che sarebbe stato molto difficile che un non titolato avesse potuto impalmare la sua delicata mano.
Pertanto, il Re per togliersi anche lui dall’imbarazzo momentaneo e scuotere i due giovani dalla evidente passione, senza pensarci due volte, rivolgendosi a Cola disse con voce calma,
che anche la Sicilia intera sarebbe stata riconoscente nei suoi confronti se egli avesse ispezionato tutte le fondamenta dell’isola in modo tale da potere sapere in che situazione si trovava il suo regno. Aggiunse anche, che al ritorno del suo viaggio (e questa volta sicuramente abbastanza lungo) lo avrebbe insignito con il titolo di principe delle acque marine Siciliane.

Maestà, rispose Cola, con tutto il rispetto per la Vostra regale persona, Vi supplico di potermi esentare da  questa ulteriore immersione, che sicuramente  (considerando anche la sua stanchezza per le precedenti prove sostenute) sarà per me molto più rischiosa.  Aggiunse,  che avrebbe preferito rimanere un umile popolano e non avere nessuna ricchezza.
In precedenza egli non si era mai preoccupato, ne si era mai spaventato di solcare od immergersi in qualsiasi altro mare del mondo.  Il motivo che sicuramente lo spinse ad esprimersi in tal maniera è sicuramente riconducibile all’innamoramento e la forte attrazione che sentiva verso la dolce principessa, alla quale non avrebbe voluto più dare altre trepidazioni ne alcun dolore.

A questo punto il Re, nonostante le ripetute implorazioni da parte della principessa, impose al giovane, con un ordine abbastanza perentorio, di tuffarsi per iniziare questa ultima impresa, ma prima ancora che la figlia potesse ribadire ancora una volta il suo dissenso, rigettò nel mare con un colpo fulmineo, per la terza volta la coppa.  Adesso, rivolgendosi di nuovo a Cola, gli disse di tuffarsi per riportagliela nuovamente, ma solo dopo avere bene scandagliato tutti i fondali marini della Trinacria, per riferirgli principalmente dello stato in cui si trovano.

A Cola ormai non restava che ubbidire all’ordine del Sire, che non lasciava alcun dubbio di interpretazione.
Ma prima di entrare in acqua si fece portare un pugno di lenticchie, dicendo:
Maestà, io adesso eseguirò i suoi ordini, ma se vedrete questi legumi salire a galla, vuol dire che non sono riuscito a soddisfare ciò che Voi mi state chiedendo, in quanto sarò purtroppo morto.  Detto questo si avvicinò alla principessa e molto pudicamente la baciò sulle guance, che avevano lo stesso colore delle fresche rose.

Il Re di fronte a questa scena rimase un pò sbigottito, come pure i suoi cortigiani, perché ad un popolano non sarebbe stato consentito baciare la principessa Costanza.  Ma non ebbe il coraggio di rimproverare Cola, in quanto di fronte a tutti pubblicamente aveva detto che al suo ritorno gli avrebbe dato il titolo nobiliare di principe.
Subito dopo Cola si tuffò e scomparve, inabissandosi nelle acque dello stretto.

La principessa Costanza che ancora pensava a quel dolce e delicato bacio ricevuto dal prodigioso nuotatore,  quando ella si accorse che già si era tuffato, si riebbe dal momentaneo smarrimento di sogno e molto preoccupata per i sicuri pericoli contro i quali stava andando incontro il suo innamorato e non avendo più il coraggio di restare come prima in trepida attesa,  disperatamente si lanciò anche essa in mare, di fronte allo sbigottimento del Re e di tutti i presenti . Non appena ella arrivò in acqua, un tremendo vortice l’avvinse trascinandola nel fondale marino.

Nello stesso istante il Re Federico, disperato, diete ordine che qualcuno si tuffasse in mare per salvare la principessa.  Accolsero la sua richiesta tre esperti pescatori che con le loro barche stavano intorno alla nave.
Purtroppo, le ricerche che durarono per tutta la giornata, ebbero soltanto un esito negativo. Della povera principessa non si trovò più traccia.
Nel frattempo Cola Pesce venne avvisato del tragico fatto dai suoi amici acquatici, ed egli messosi subito alla ricerca vide che la sua amata era diventata preda di un tremendo vortice, ma non si perse d’animo ed andandole incontro per salvarla, si ricordò dell’effetto che ebbe nei suoi confronti la maledizione di sua madre.

Si mise a gridare con tutto il fiato che aveva in corpo, con voce disperata: Possa tu Costanza diventare un pesce!
Quasi subito all’istante, come per incantesimo, Costanza assunse le sue medesime sembianze, riuscendo a quel punto a divincolarsi da sola dall’immane vortice.
Cola Pesce si avvicinò, la strinse in un forte ed amoroso abbraccio, la bacio dolcemente ed insieme si trasferirono nella loro eterna alcova marina, per trovare quella felicità che non riuscirono ad avere sulla terra ferma.
Intanto sulla nave il Re ed i suoi cortigiani, che aspettavano ansiosi e con timida speranza le sorti della principessa, videro improvvisamente galleggiare le lenticchie che Cola aveva portate con se.  A quel punto, si resero tutti conto dell’avvenuta morte di entrambi.
Mentre, il popolo invece è convinto che i due eterni innamorati, per dimostrare affetto ed attaccamento alla propria terra, stanno reggendo la colonna che si trova sotto la città di Messina, che Cola nelle precedenti immersioni aveva visto corrosa e con delle grosse crepe.

Tuttavia, c’è sempre qualcuno che giura di averli visti e che ancora vivono in piena felicità, sotto il Capo Peloro.
Mentre noi siamo del parere che, purtroppo i due sfortunati giovani sono sicuramente periti. Lei nel momento in cui è stata avvolta dal gorgo, mentre Cola sarà stato assalito da qualche famelico mostro marino e considerando la sua stanchezza derivante delle due precedenti immersioni  (come già ebbe a dire) non riuscì a potersi contrapporre con tutte le sue forze, ne a sfuggirgli.
Anche in questo caso possiamo benissimo trovare delle analogie con il periodo pre-classico.

infatti, sembra benissimo coincidere il momento in cui la dolce ninfa Orizia continua a seguire nei suoi viaggi marini il suo leggendario eroe, lasciando che le sue sorelle (le Nereidi) tornassero a casa dai genitori.
Quanto precede può benissimo essere messo a paragone con il momento in cui, anche la principessa Costanza, senza tanto pensarci lascia la nave del padre per seguire in eterno il suo grande amore.
(Filippo Scolareci)

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