Renè Char

René Char (L’Isle-sur-la-Sorgue, 14 luglio 1907 – Parigi, 19 marzo 1988) è stato un poeta francese. Fa parte del movimento surrealista ed è autore di diverse poesie, tra cui Il martello senza padrone (1934), e Fogli di Hypnos (1946), opera consistente in brevi e fulminanti si orienta versa una poesia militante,(Placard pour un chemin des écoliers,1937,Dehors la nuit est gouvernée,1939), e capitano di un gruppo partigiano provenzale durante l’ occupazione tedesca, ricava dalla sua esperienza di lotta il materiale per l’ opera umanista “Le pagine di Hypnos”. vissuta personalmente da René Char (col soprannome di Capitano Alexandre) nell’ambito della resistenza francese, conosciuta dal pubblico italiano grazie alla traduzione di Vittorio Sereni. La sua ispirazione si fa allora più lirica, più staccata, vicino alla massima orale, alla ricerca dell’ accordo profondo tra le forze naturali e le aspirazioni umane(Furore e mistero,1948; Il sole delle acque,1949;Parola in arcipelago,1962;Retour amont,1966;La notte talismanica,1972;Canti della Balandrane,1977;Finestre fisse e porta sul tetto,1979).

Poesia come “ritorno al Paese”, come ricerca delle origini, in cui i versi sono veri e propri “bouts d’existence”, pezzi di esistenza, quasi frutto di una continua battaglia tra la realtà e la scrittura. Questa, in breve, la dichiarazione di poetica di René Char (1907-1988), poeta francese, che conosciamo, in traduzione, sia grazie a Vittorio Sereni che, io soprattutto, a Giorgio Caproni.

Classe 1907, Char visse attivamente l’esperienza della guerra e della Resistenza – fu il Capitano Alexandre – che tradusse nei versi che hanno una potenza unica, stringendo il lettore con la tagliente forza di un frammento acuminato. Frammenti dell’esistenza. Le poesie di Char sono soprattutto fulminei flashes di vita partigiana, che si traducono in illuminanti immagini, spesso nutrite anche da un fondo surrealista.

Poesia come esplosione degli istanti, di non sempre facile traduzione. Giorgio Caproni, nell’introduzione ai Feuillets d’Hypnos [Fogli d’Hypnos] (1943 – 1944) si domanda il motivo che l’aveva portato a tradurre l’opera di Char:

Perché, dunque?
Sapessi rispondere, saprei definire la poesia di Char: che fra tutte le “poesie” da me lette ed amate in questi ultimi anni, è la più lontana dall’ “idea di poesia” che ciascuno di noi (per tradizione, per educazione, per abitudine) possiede, e la più stretta al cuore della poesia stessa, dove la letteratura o la poesia-che-si-sapeva-già non porgono più alcun soccorso al lettore, e questi, coinvolto da capo a piedi in quei bouts d’existence incorruptibles che sono i poèmes, rimane perfettamente solo a sentirsi investito d’un potere – d’interiore libertà: d’uno slancio vitale e d’un coraggio morale – che per un istante egli crede di ricevere femminilmente dall’esterno, mentre poi s’accorge che tale ricchezza era già in lui, sonnecchiante ma presente, come se il poeta altro non avesse fatto che risvegliarla, non inventando ma scoprendo; e quindi suscitando un moto, più che d’ammirazione, di gratitudine. Ho sottolineato i tre vocaboli non per ammiccare, ma perché possono essere, penso, tre piccoli sesamo, offerti dallo stesso Char.

Questi “bouts d’existence” hanno una forza quasi haikaistica, come una favilla che accende il foglio bianco, un po’ illuminando

 

 

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