L’irrequietudine
Sarà stato dopo che ho conosciuto il mare
che la bambina che fui
raccolse una pietra dall’acqua.
Quella pietra
sconosciuta e verbale
mi possiede
come un sole prigioniero
con un fulgore
di territorio a lungo ricercato.
Quella pietra
come carbone per via del nero
come carbone perché bruciante
come carbone per via della cenere.
Quella pietra
rozza
ardua nella memoria
diventò fuoco nel toccarla
e fu senza saperlo
un bagliore lontano
del cristallo della morte
il dono della vita
l’albero del cammino.
Ma esiste forse il fuoco per me?
– domandai allora.
Mi guardai intorno.
Un silenzio muto
cercandomi
osservando con occhi di viva luce.
Ed ebbi paura
perché sono donna, credo.
Perché non sapevo chi fossi io
né chi sarei stata
né sapevo dire, e neanche ridere
né stancarmi
soltanto percepire
il rigore della fiamma
che annuncia il deserto.
Attesi un segnale
un segno, un sogno, una cometa
per mettermi in moto, mi dissi
senza perdere di vista
la follia del fuoco:
quella pietra
nelle mie mani.
Ed era illuminare
con un lampo
un abisso
ed era scendere
e forgiare
e salire
soltanto per poter morire
insieme al fulgore di quella luce
resa prigioniera.
.
.
Traduzione: Martha L. Canfield
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