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Per la Nasa gli alieni esistono e sono intrappolati nel ghiaccio

Per la Nasa gli alieni esistono e sono intrappolati nel ghiaccio

Secondo Alan Stern, esperto della Nasa, gli alieni esistono, ma non riescono a comunicare con noi perché sono intrappolati nel ghiaccio Gli alieni esistono, ma non riescono a contattarci perché sono intrappolati nel ghiaccio. A rivelarlo non sono i soliti fanatici del complotto, ma Alan Stern, responsabile della Nasa che si occupa della missione New … Continua a leggere

  • Una teoria rivoluzionaria sostiene che l'anima umana è una delle strutture fondamentali dell'Universo e che la sua esistenza è dimostrabile grazie al funzionamento delle leggi della fisica quantistica. Con la morte fisica, le informazioni quantistiche che formano l'anima non vengono distrutte, ma lasciano il sistema nervoso per essere riconsegnate all'Universo... Un medico e un fisico quantistico di fama mondiale, l’americano dott. Stuart Hameroff e l’inglese Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima. Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite all’interno di microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali. La loro idea nasce dal considerare il nostro cervello come una sorta di “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni. Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definito “Orch-OR” (Orchestrated Objective Reduction). Con la morte corporea, i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte. In parole povere, più legate ad un linguaggio tradizionale, l’anima non muore, ma torna alla sua sorgente. “Quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico”, spiega il dott. Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona. “L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, ma viene riconsegnata al cosmo. Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”, spiega Hameroff al Daily Mail. La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa non si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato. Si tratta di quella che per secoli le religioni hanno definito “anima”. Questa teoria scientifica si avvicina molto alla concezione religiosa orientale dell’anima. Secondo il credo buddista e induista, l’anima è parte integrante dell’Universo ed esiste al di fuori del tempo e dello spazio. L’esperienza corporea (o anche terrena, materiale), non sarebbe altro che una fase dell’evoluzione spirituale della coscienza umana. Ma anche le religioni del libro, quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, insegnano l’immortalità dell’anima. Chissà che questa teoria non possa aprire una nuova stagione di confronto positivo tra la ragione e la fede, la religione e la scienza. (Fonte: www.ilnavigatorecurioso.it)
  • Luigi Mercantini (Ripatransone, 19 settembre 1821 – Palermo, 17 novembre 1872) è stato un poeta italiano.Figlio del cagliese Domenico Mercantini, servitore e uomo di fiducia di monsignor Luigi Ugolini, e della ripana Barbara Morelli, di antica famiglia artigiana, il poeta nacque a Ripatransone nel 1821. Accondiscendendo ai desideri di Ugolini il padre gli impose al battesimo, in onore del vescovo, il nome Luigi. Nel 1824 si trasferì con la famiglia a Fossombrone al seguito del vescovo. Studiò nel seminarioforsempronese; nel 1841 divenne bibliotecario della Biblioteca comunale, per assumere poi l’insegnamento di retorica ad Arcevia. Si sposa nel 1845 con Anna Bruni; la moglie muore però dopo soli otto mesi per una malattia incurabile. Segnato da questo evento, Mercantini nondimeno si accende di entusiasmo per le riforme di papa Pio IX, salito al soglio pontificio nel 1846. Nel 1849 partecipa alla difesa di Ancona che, avendo aderito alla Repubblica Romana, era assediata dagli Austriaci. Dopo la presa della città va in esilio nelle isole ioniche di Corfù e Zante. Là conosce altri noti esuli come Daniele Manin, Niccolò Tommaseo e Gabriele Pepe. Rientra in Italia nel 1852. Si stabilisce a Torino dove fa parte degli ambienti patriottici piemontesi. Nel 1854 diviene docente di letteratura italiana nel Collegio femminile delle Peschiere; si risposa un'altra volta con Giuseppa De Filippi, giovane pianista di appena vent’anni. Dal matrimonio avrà cinque figli: Adele, Corinna, Mario, Costanza e Guido. Nel 1856 diviene direttore di quello che potrebbe considerarsi come antesignano dei periodici femminili, La Donna; vi collaborano, tra gli altri,Niccolò Tommaseo e Francesco Dell'Ongaro. Nel 1858 fa la conoscenza di Giuseppe Garibaldi, ed è Garibaldi stesso che lo invita a comporre un inno. Nasce così la Canzone Italiana, musicata da Alessio Olivieri, assai più nota come Inno di Garibaldi (Si scopron le tombe, si levano i morti…). Altro inno patriottico scritto da Mercantini è Patrioti all'Alpe andiamo, musicato da Giovanni Zampettini. Nel 1860 fonda un quotidiano, il Corriere delle Marche (l’odierno Corriere Adriatico); viene nominato docente di storia e di estetica all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Il 3 febbraio 1861 viene eletto deputato alla Camera dei deputati del Regno d'Italia nel collegio di Fabriano (Ancona), con voti 157 su 195 votanti, ma la sua elezione viene annullata. Nel 1865 è nominato docente di Letteratura italiana presso l’Università di Palermo. A Palermo fonda il giornale La Luce e continua a scrivere versi; nel capoluogo siciliano muore il 17 novembre 1872 ed è stato sepolto nel Cimitero di Santa Maria di Gesù. La poesia di Luigi Mercantini: storia della "spigolatrice di Sapri" "Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!". È il celeberrimo ritornello di quella che, probabilmente, è una delle più conosciute poesie risorgimentali, La spigolatrice di Sapri, composta da Luigi Mercantini in memoria dell'impresa tentata da Carlo Pisacane nel 1857. La fortuna dell'opera – giudizio che peraltro si può estendere all'intera produzione di Mercantini – non riposa certo nella sua alta qualità lirica, ma nella capacità dell'autore di suscitare passioni patriottiche e di celebrare l'eroismo dei martiri della causa nazionale. Mercantini, che annoverò tra i suoi estimatori personaggi del calibro di Giovanni Pascoli, fu anche l'autore di un altro celebre testo del periodo risorgimentale: la Canzone italiana, meglio nota come Inno di Garibaldi (per poter ascoltare l'inno, clicca qui), musicata da Alessio Olivieri. Ed ecco invece il testo integrale de La spigolatrice di Sapri. Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/ Me ne andavo al mattino a spigolare,/ quando ho visto una barca in mezzo al mare:/ era una barca che andava a vapore;/ e alzava una bandiera tricolore;/  all'isola di Ponza s'è fermata,/ è stata un poco e poi si è ritornata;/ s'è ritornata ed è venuta a terra;/ sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra./ Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,/ ma s'inchinaron per baciar la terra,/ ad uno ad uno li guardai nel viso;/ tutti aveano una lagrima e un sorriso./ Li disser ladri usciti dalle tane,/ ma non portaron via nemmeno un pane;/ e li sentii mandare un solo grido:/ «Siam venuti a morir pel nostro lido»./ Con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro/ un giovin camminava innanzi a loro./ Mi feci ardita, e, presol per la mano,/ gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»/ Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,/ vado a morir per la mia patria bella»./ Io mi sentii tremare tutto il core,/ né potei dirgli: «V'aiuti 'l Signore!»/ Quel giorno mi scordai di spigolare,/ e dietro a loro mi misi ad andare./ Due volte si scontrar con li gendarmi,/ e l'una e l'altra li spogliar dell'armi;/ ma quando fur della Certosa ai muri,/ s'udirono a suonar trombe e tamburi;/ e tra 'l fumo e gli spari e le scintille/ piombaro loro addosso più di mille./ Eran trecento, e non voller fuggire;/ parean tremila e vollero morire;/ ma vollero morir col ferro in mano,/ e avanti a lor correa sangue il piano:/ fin che pugnar vid'io per lor pregai;/ ma un tratto venni men, né più guardai;/ io non vedeva più fra mezzo a loro/ quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro./ Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/
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  • Pubblicate nella sezione "Autori stranieri - Asia - Russia" la biografia ed alcune poesie del poeta russo contemporaneo Boris Ryzyi.
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