Poesia palestinese contemporanea: Mahmoud Darwish

Mahmoud Darwish (Maḥmūd Darwīsh) nacque nel 1941 nel villaggio di al-Birwa, situato in Alta Galilea a est della città di Akko (Acri). Il suo villaggio natale oggi è distrutto e non più presente sulle carte. Nel 1948 - durante il primo conflitto arabo-israeliano - l’esercito di Israele scacciò gli abitanti di Birwa e rase suolo completamente l’abitato. Lo stesso destino era toccato ad altre quattrocento località palestinesi in seguito all’operazione di pulizia etnica compiuta dagli israeliani nella fase finale della guerra. I genitori di Mahmoud cercarono rifugio inLibano con il resto della popolazione per sfuggire ai massacri, ma furono tra i pochissimi che riuscirono rientrare nel loro paese, illegalmente, dopo appena un anno. Nel frattempo però la loro terra d’origine era diventata parte dello stato di Israele, i loro beni confiscati ed essi non godevano più di alcun diritto di cittadinanza.

In questa condizione fin da bambino Darwish si trovò nello status legale di “alieno”, cittadino che risiede come “ospite illegale” nel suo stesso paese. Da giovane fu arrestato e condannato più volte a pene detentive, per la sua presenza in Israele senza permesso e per aver recitato poesie in pubblico. Studiò peraltro la lingua ebraica israeliana, perfezionando la conoscenza della sua lingua natia. Cominciò l’attività pubblicistica a diciannove anni, iscritto all’università non ebbe la possibilità di laurearsi a causa delle interruzioni degli studi nei periodi trascorsi in prigione, anche se in Unione Sovietica, a Mosca, si costruì nel 1971 una solida preparazione linguistico-letteraria.

Pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Foglie d’Ulivo, nel 1964. È un’opera che trasfigura in quadri di forte impatto l’identità nazionale palestinese. Divennero famose alcune poesie che raccontano la condizione dolorosa e folle dell’esilio. La carriera poetica di Mahmoud Darwish, dall’epoca della prima pubblicazione, mantiene legami ideali con la lotta armata del popolo palestinese per il ritorno alla sua terra (l’attività dei gruppi armati cominciò anch’essa nel 1964). La poesia di Darwish assumeva un ruolo di riferimento collettivo per la causa palestinese.

Fu direttore del quotidiano locale “Ittiḥād” (Unità) fino al 1970. In quell’anno abbandonò definitivamente la Palestina/Israele per un periodo di studio in Unione Sovietica. Da allora trascorse la sua vita risiedendo per periodi diversi nelle principali città del mondo arabo: Il Cairo, Beirut, Amman. A Beirut diresse un mensile palestinese (Shuʿūn Filasṭīniyya, “Affari Palestinesi”), quindi divenne direttore della rivista letteraria palestinese “al-Karmel”, pubblicata da un dicastero dell’OLP. Visse per un lungo periodo a Beirut fino al 1982, quando la città fu assediata dall’esercito israeliano. Darwish dovette abbandonare il Libano insieme allo Stato Maggiore e al Comitato Esecutivo dell’OLP (l’organo di governo dell’OLP). Dopo un periodo di esilio aCipro, visse tra Beirut e Parigi. Lavorò anche al Cairo presso il quotidiano nazionale “al-Ahrām”.

La seconda metà degli anni ottanta furono l’epoca del suo maggiore impegno politico. Nel 1987 fu eletto nel Comitato Esecutivo dell’OLP. (Sempre nell’87 Darwish partecipa a Firenze alla rassegna “Poeti del Mediterraneo per la Pace”, organizzato dagli Enti locali e dalla rivista culturale Collettivo R. Con Darwish ci sono lo spagnolo Goytisolo, l’italo-jugoslavo Damiani, l’israeliana Ravilovich, il greco Apostolatos…).

In parte i suoi spostamenti dell’epoca e particolari della sua vita sono segreti (per ragioni di sicurezza ciò valeva per tutti gli esponenti di organizzazioni palestinesi). Darwish era stato una figura politica dalla metà degli anni sessanta, quando entrò nel Partito Comunista di Israele (Rakah). La sua carriera politica si svolse però nell’OLP, di cui divenne uno dei quadri. Al momento della sua elezione nell’organismo decisionale era considerato un rappresentante dell’“ala dura”, la corrente che difendeva maggiormente il principio del diritto al ritorno dei profughi e la “distruzione” dello Stato di Israele. Si dimise dal Comitato Esecutivo sei anni dopo, nel 1993, perché contrario agli accordi di Oslo (accusò Yasser Arafat di eccessiva arrendevolezza nei negoziati).

Mahmoud Darwish ha redatto il testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese, documento promulgato nel 1988 e riconosciuto da diversi stati.

Solo nel 1996, dopo 26 anni di esilio, ottenne un permesso per visitare la sua famiglia nello stato di Israele. È nuovamente direttore di “al-Karmel” (rifondata nel frattempo) ed è stato eletto nel Consiglio Legislativo Palestinese nei Territori, oggi tuttora occupati.

Mahmoud Darwish è morto all’età di 67 anni a Houston (Texas) il 9 agosto 2008, per le complicanze di un delicato intervento al cuore. Già nel 1984 e nel 1998 aveva subìto delicati interventi al cuore.

Mahmoud Darwish è la prima e, ad oggi, unica personalità palestinese dopo Arafat alla quale sono stati concessi i funerali di Stato.

Per commemorare il poeta e la persona il 5 ottobre 2008 è stata organizzata a Berlino una lettura contemporanea mondiale delle sue poesie.

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Poesia nepalese contemporanea: Mukul Dahal

Nato nel 1969, professionalmente un insegnante,  è una nuova voce dal Nepal.
Vive a Chitwan e lavora come direttore presso la Scuola SOS Hermann Gmeiner dipendente dalla SOS Kinderdorf International. Cura l’edizione “Pen Himalaya”, un trimestrale letterario che pubblica poesie, racconti e interviste. Ha al suo attivo un libro di poesie scritte originariamente in Nepalese. Ha ricevuto il Premio Shree Baniper per questo lavoro.
Ha anche un manoscritto di una raccolta di sue poesie tradotte in inglese chiamato L’Assemblea delle Voci e altre poesie.
Ha tradotto alcune poesie nepalesi in inglese. Scrive sia in inglese e nepalese. La sua poesia è apparsa nelle riviste letterarie in patria e all’estero. (Click here for english Biography)
Alcune sue poesie:
1) The assembly of voices
2) Touch of fragrance  (con traduzione italiana a cura di Ulisse Fiolo)
3) Birth

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Poesia cinese contemporanea: Yang Lian

Yang Lian nasce a Berna nel 1955, figlio di diplomatici che la Rivoluzione culturale declassa. Nel 1974 il giovane Yang viene spedito in un campo di rieducazione, restando epistolarmente in contatto con la madre, mandata a sua volta in un altro campo. Nel 1976 la madre muore: questo lutto lo avvicina alla poesia. In una poesia che Lian dedica anni più tardi alla madre scrive: «la morte è ora la nostra nuova famiglia». Nel 1979 partecipa al movimento democrativo Primavera di Pechino, quando conosce il poeta Gu Cheng che lo introduce nella redazione di Jintian. Nel 1987 fonda insieme ad altri poeti il Club dei Poeti Superstiti con cui dà vita alla rivista Xincunzhe (per l’appunto superstiti). Sul finire degli anni Ottanta inizia a essere invitato in giro per il mondo, stabilendo un punto di ferma collaborazione con l’Università di Auckland in Nuova Zelanda, dove si trova proprio quel drammatico 4 giugno quando l’esercito cinese massacra centinaia di studenti. Lian e l’amico Gu Cheng rimangono a Auckland dove organizzano una lettura di protesta che diviene storica, presso la cappella Maclauren dell’Università. Successivamente gira il mondo diventando uno dei poeti simboli dei menglong, ricevendo riconoscimenti e venendo tradotto in oltre venti lingue. Attualmente vive a Londra. Due sono i temi-pilastro della poesia di Lian: la lacerazione della materia e la sfilacciatura del tempo che pare destinato a sopravvivere senza memoria. La storia, che Pound reclamava a ferma voce nella poesia, entra nella scrittura e la riempie nei suoi margini interni, visibili e invisibili. Si passa da un’idea diacronica della storia, dei suoi eventi, a una concezione sincronica, dove passato e presente non si distinguono, o più semplicemente non esistono. In Lian, come nei menglong e nei postmenglong, risulta fondante la forma, lo stile, il ritmo interno, ovviamente smarrito nella traduzione, ma che resta visibile nella figuratività dell’ideogramma, palpabile, constatabile la sua potenza visiva ed evocativa, come già lo stesso Pound aveva teorizzato ed esperito nel suo celebre e assai ammirato (anche dai nuovi poeti cinesi) lavoro su Confucio e sui manoscritti di Ernest Fenollosa (si vedano le Opere scelte di Ezra Pound, a cura di Mary de Rachewiltz, Mondadori, Milano 1970). A questo proposito Lian ha scritto: «A confronto con le lingue europee, dove si può “vedere” il suono delle lettere dell’alfabeto, la musicalità della lingua cinese è nascosta dietro la percezione visiva dell’immagine. […] È questo ciò che io chiamo “l’energia segreta” della poesia». Anche in una poesia ideografica e pittografica come quella eseguita attraverso i “canji” la musica è essenziale: «L’intuizione della forma deriva dalla capacità di immaginazione del poeta nei confronti della forma musicale», sottolinea argutamente Lian. In uno dei saggi di maggiore profondità, In the Timeless Air: Chinese Language, Pound and The Cantos, Lian scrive: «Una volta ho definito le traduzioni inglesi di Pound di alcune poesie cinesi un “grande malinteso”: “grande” data la sua originalità. Mai nessuno (compresi i poeti cinesi) prima di Pound aveva riconosciuto i caratteri distintivi della struttura degli ideogrammi cinesi, la funzionalità speciale della grammatica cinese, la filosofia e l’estetica così come esibita dalla poesia classica cinese e quanto queste peculiarità fossero importanti per la creazione letteraria nel mondo moderno. Il suo malinteso dipende in prima istanza dal fatto d’essere un poeta che scriveva in lingua inglese. Tutte le sue riflessioni sulla lingua cinese e sulla poesia cinese si rivelavano utili alla sue scritture poetiche in lingua inglese». Se è vero che ne I Cantos si procede per intervalli, per parentesi, per frammenti legati ora a una suggestione letteraria, ora a un avvenimento di carattere personale, ora ancora a un’invenzione oppure a una citazione, nella lingua della poesia cinese ogni carattere è esso stesso «una poesia, uno spazio multi-stratificato», e d’altro canto, la lingua cinese implica che l’immediatezza, la condizione di sentirsi nel presente non esiste: «Una volta scritto, “questa” persona, “questa” azione e “questo” momento divengono qualcosa di universale. La scrittura è sintesi piuttosto che analisi». Confessione rappresenta una delle prime prove dell’allora venticinquenne poeta, è una poesia della post-devastazione, una lirica destinata alla solitudine, alla sopravvivenza dopo l’olocausto, a una landa desolata che ricorda le rovine di un Yeats o di un Eliot: «Possa questa pietra taciturna/ testimoniare la mia nascita/ possa questo canto/ risuonare/ nella nebbia fluttuante/ in cerca dei miei occhi». Sono anni esistenzialmente difficili quelli che alimentano la sua bottega da poeta, gli anni nei quali transiterà da una versificazione sciolta, continua, a un’organizzazione più elaborata, come nella successiva raccolta Maschere e Coccodrilli espressa in terzine, o ancora dopo, negli anni Novanta, con gli spazi bianchi che s’inseriscono come fessure del tempo fra i singoli versi allungandone la dimensione, ed estroflettendo le possibilità di senso. Queste prime prove cercano anche di definire un dizionario filologico-esistenziale, che sia in grado di sostenere il peso della missione che il poeta sta cercando di protrarre: «Io credo la mia lingua/ […] sono solo un albero/ un uccello/ ma estendo ostinato immagini libere come il mare/ la mia voce è vento, è onda che si srotola al galoppo/ […] sì, sì, io amo la mia lingua». Nella bellissima Dove si ferma il mare, trittico che dà il titolo a una doppia raccolta edita in un primo nucleo nel 1995 e in un secondo quattro anni più tardi, la desolazione si fa addirittura disperazione: «siamo consunti espropriati e ancor più lacerati/ proprio a questo indirizzo si mostrano le ombre/ […] piccioni morti vomitano i panorami urbani di un’epoca dopo l’altra». Decrittando i simboli del tempo Eccoci giunti a una sorta di definizione della poesia di Yang Lian, che pare parafrasare il celebre “teatro della crudeltà” di Antonin Artaud: «Le mille parti dell’enciclopedia delle onde sbattono dentro la frase/ gli scogli hanno cancellato il coro/ non c’è poesia che non sia crudele/ […] non ci sono dita di poeta/ che non siano tranciate da una sega». La realtà che vive e pulsa nella poesia di Lian è una miscela di proiezioni e geometrie, alla stregua di un moderno Leonardo egli va a disegnare dopo attenti calcoli i tiranti e le carrucole di un’architettura neoumanista. E gli esiti non sono certamente univoci: lo sconfinamento nell’irreale porta a imbastire talvolta immagini di una delicatezza sublime, più vicine alla sensibilità classica della raffigurazione pittorica e della calligrafia poetica cinese: «le bambine siedono sul prato/ si accarezzano l’un l’altra sconfinano/ imparano a memoria poesie impure». Gao Xingjian scrive nel romanzo La Montagna dell’Anima (Rizzoli, Milano 2002) che il suo unico intento «è di ridar vita alla storia attraverso il linguaggio». In sostanza questa è una delle argomentazioni fondamentali sviscerate dal Premio Nobel insieme a Lian durante la conversazione Che cosa ci ha portato all’esilio?. Ricreare il mondo e ricreare la storia attraverso la poesia, e quindi attraverso lo strumento essenziale della poesia, della scrittura: la lingua. Il confine stesso fra vita e morte non si gioca esclusivamente sul campo della scienza, ma contemporaneamente su quello della religione, che non è semplicemente speranza o adesione a una certa scala di valori e di ritualità: «quanto di più vicino ai morti è la poesia dei vivi/ […] escono i ritratti ma tu sei appeso/ al muro solo dopo la morte imparerai a temere un volto dipinto/ […] la vita semina i semi dei morti/ […] c’è solo l’arte che scuote un pomeriggio e lo fa nero/ […] non sei più tu ma è solo la tua follia/ […] tutto cade dentro l’impeccabile immaginazione della morte». Il poeta assiste, cerca – nel tentativo di raggiungere qualche verità, o la verità – di captare i segnali, di decrittare i simboli, e di scovare, sulla carta, segni d’una possibile continuità, immersa com’è l’umanità in un eterno silenzio di solitudine.

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Poesia giapponese contemporanea: Shuntaro Tanikawa

Shuntaro Tanikawa, nato a Tokyo nel 1931, figlio del celebre filosofo Tetsuo Tanikawa, che esordì brillantemente, molto giovane, con La solitudine di due miliardi di anni luceTanikawa si è misurato in molti campi artistici, nella musica, nel disegno e nell’immagine, ha scritto drammi radio-televisivi. Si è impegnato anche nel campo della traduzione, ricordiamola sua Mamma oca e la traduzione delle strisce Peanuts di Charles Schulz. Ha al suo attivo una sessantina di libri e una curiosità insaziabile. Come già abbiamo accennato è intervenuto in campo performativo e si è misurato anche la cosiddetta poesia in prosa teorizzata da Irizawa Yasuo.

Naturalmente orientato verso la poesia di tipo occidentale, considera la poesia tradizionale troppo formale e chiusa. L’intenzione di Tanikawa è di porsi artisticamente come punto d’incontro tra oriente e occidente. Alcuni critici lo hanno avvicinato alla beat generation, che si è dimostrata interessata alla poesia giapponese,anche se in realtà ci sembra che tali vicinanze non siano del tutto convincenti. Scrive di lui Shuzo Yachi: “Nella parola di Tanikawa esiste qualcosa di molto simile alla musica, che s’intreccia all’armonia universale e muove la materia poetica con la sua stessa forza”. È tradotto in molte lingue e la sua poesia in Giappone è studiata nelle scuole. È conosciuto in Italia.

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Carnevale, a Napoli spunta bimbo vestito da Schettino in carrozzina ‘Concordia’

(Adnkronos) – Si è diffusa rapidamente sui social network una foto scattata nella metropolitana di Napoli che ritrae un bambino vestito da ufficiale, nel suo passeggino decorato per l’occasione da Costa Concordia. E in più, un cartello con l’ormai celebre “Salga a bordo, c…” della telefonata tra Schettino e De Falco. Un costume da carnevale che ha attirato l’attenzione dei passeggeri e dei passanti, ma anche l’indignazione di chi ha considerato il trasvestimento “una scelta di pessimo gusto”, come dichiarano il commissario regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, e il presidente provinciale degli ecologisti di Napoli, Carlo Ceparano.
“Quest’anno – dichiarano – il cattivo gusto e le scelte diseducative sono state protagoniste del Carnevale”, aggiungono, ricordando “la scelta di far indossare sempre a ragazzini costumi da boss della camorra, killer dei Casalesi e guappi napoletani. Inoltre – proseguono – sono pervenute molte segnalazioni di atti teppistici ad opera di baby gang che hanno lanciato uova, verdura e spray contro i passanti. I posti dove ci sono stati evidenziati la maggioranza dei casi sono i comuni di Castallammare, Torre Annunziata e Pozzuoli ed i quartieri di San Ferdinando, Barra, Marianella e Soccavo a Napoli”.

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Terebinthos

Tra noi

e la tua arrotazione

.

tra tua coppa dal manto negro

e l’anemia manomessa trementina

posso chiamarti indietro

.

(Prima scena) Atto I

Fogliame

.

(Visione)

Via secca degli unguenti

api d’apostoli

.

(incubo)

croci di cani

garofani di tane

di ecoscandagli

.

(coscienza)

Posso chiamarti indietro

Rotte o Catena rotta di caviglie

o Stuprata serba senza nome

.

(nucleo e solvenza)

abbandono

della mia nutrice

 

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Gaetano Zumbo, il “Michelangelo della cera”

Il Museo della Specola, in via Romana a Firenze, è una delle sezioni del Museo di Storia Naturale di Firenze ed è il più antico museo scientifico d’Europa. In particolare proprio in questo edificio (palazzo Torrigiani, già Bini) si trovava il nucleo centrale delle collezioni quando fu istituto il museo nel 1775, mentre oggi, dopo la separazione delle collezioni, ospita due collezioni distinte: quella zoologica con esempi di animali conservati soprattutto tramite impagliatura, e quella anatomica, con modelli in cera risalenti per lo più al Settecento. Il nome della Specola si riferisce all’osservatorio che il Granduca Pietro Leopoldo fece costruire sul tetto. Unica al mondo per antichità e vastità (ne esiste una copia a Vienna, eseguita dalle stesse mani dei tecnici fiorentini), fu voluta dalGranduca Pietro Leopoldo e dal primo direttore del museo Felice Fontana con lo scopo di insegnare l’anatomia tridimensionalmente senza bisogno di ricorrere sempre a nuovi cadaveri.

La tecnica della Ceroplastica

Il bisogno di approfondire le ricerche e le varie conoscenze, specie in campo anatomico, determinano il superamento delle possibilità espressive del disegno, e gli artisti ricorrono proprio alla cera (materiale facilmente reperibile, malleabile, colorabile) per perfezionare la ricerca morfologica. Numerosi furono gli artisti che si servirono di modellini preparatori in scala ridotta in cera. Ludovico Cardi, detto il Cigoli, realizza un piccolo scorticato, lavoro importante poichè è la prima anatomia in cera conosciuta; il modello, oggi custodito al Museo Nazionale del Bargello di Firenze assieme ad una copia in bronzo attribuita al Foggini, è interessante per la buona resa della muscolatura esterna e anche perchè, avendo dimensioni ridotte rispetto al normale, non è stato costruito prendendo il calco dei muscoli direttamente da un cadavere. La fortuna di questo modello è attestata dalle numerose copie e repliche realizzate nei più diversi materiali durante i secoli successivi. Il Cigoli, che nelle indagini anatomiche era guidato dal Maiering, un anatomico fiammingo, con lo Scorticato anticipa quella che sarà la grande diffusione della ceroplastica anatomica del ’700.
Nel 1500, dopo che lo studio dell’anatomia comincia a diventare più scientifico, si sente il bisogno di diffondere queste conoscenze al pubblico in maniera più approfondita. Si sperimentano sistemi per preparare parti anatomiche che durino nel tempo e non si deteriorino velocemente per permetterne l’osservazione ed uno studio più approfondito.
Verso la fine del ’600 compaiono i primi modelli anatomici in cera colorata molto rispondenti alla realtà, che diventano presto una valida alternativa ai preparati umani disseccati.

Anatomia della testa (Gaetano Zumbo)

I primi preparati anatomici in cera nascono nell’ultimo decennio del ‘600 dalla collaborazione tra Gaetano Giulio Zumbo, ceroplasta siciliano, con un chirurgo francese Guillaume Desnoues. Nato a Siracusa nell’anno di grazia 1656,era figlio di una schiava affiliata di nome Zummo , ” un’origine – a dire di F. Cagnetta – che contribuisce ad illuminare il mistero della scontrosa identità dello scultore, i suoi modesti studi pagati in un collegio religioso per avviarlo al sacerdozio che non conseguì, l’attribuzione di un piccolo titolo di abate, sulla cui pensione potè vivere sino a che rimase in Italia, e soprattutto la modifica durante il soggiorno parigino del nome originario Zummo in Zumbo ” .
Gaetano Giulio Zumbo dedicò tutta la sua esistenza alla realizzazione di opere in cera dalla fattura straordinaria ; lavorò dapprima in Sicilia e successivamente fu chiamato a Napoli, a Firenze dal GranDuca Cosimo III dei Medici tra il 1691 ed il 1694,a Bologna, a Genova ed a Parigi alla corte del Re Sole, Luigi XIV, che gli concesse ” due privilegi che gli davano il monopolio delle riproduzioni anatomiche delle cere in Francia ” , sebbene per un chirurgo parigino “Lo Zumbo non conosceva il nome di un solo muscolo” .
L’artista morì il 22 Dicembre 1701 per un ascesso epatico a Parigi e fu sepolto nella Chiesa di Saint Sulpice .
Lo Zumbo, abilissimo modellatore, dopo aver lavorato a Firenze con Cosimo III de’Medici, sente il bisogno di perfezionarsi come ceroplasta mediante approfondimento degli studi anatomici, si reca, quindi, a Bologna nella cui Università era molto rinomata la scuola di anatomia umana. Si sposta, poi, a Genova dove conosce Desnoues col quale inizia a collaborare per realizzare preparati anatomici in cera colorata da esporre e vendere.
In seguito ad una famosa lite, avvenuta nel 1700, i due si separarono e dopo la morte dello Zumbo il Desnoues fece di tutto per apparire come l’ideatore e l’inventore della tecnica dei preparati anatomici in cera. In ogni caso è da attribuire allo Zumbo il grande merito di essere stato il primo a realizzare questi preparati in cera colorata, talmente perfetti e particolareggiati da offrire, per la prima volta, una valida alternativa alla dissezione sul cadavere.
La collaborazione tra il grande ceroplasta siciliano e il chirurgo francese durò poco tempo ma gli ottimi risultati ottenuti faranno in modo che durante i secoli successivi l’uso di preparati umani disseccati verrà in gran parte abbandonato, mentre sorgeranno vere e proprie scuole di ceroplastica presso le Università scientifiche.
La storia della ceroplastica anatomica grazie allo Zumbo si evolve e si espande dall’Italia, si afferma in Francia per poi proseguire fino all’Inghilterra.
Le statue e i modellini, tutti in cera e incredibilmente verosimili, furono realizzati tra il1771 e la seconda metà dell’XIX secolo ed ammontano a circa 1400, dei quali quelli in esposizione sono solo una parte (qualcuna è anche alla facoltà di Medicina a Careggi e al Museo di Storia della Scienza). Per la conservazione le cere richiedono una temperatura costante attorno ai diciotto gradi.

Lo spellato (Museo della Specola, Firenze)

Particolarmente suggestive sono le figure intere, fra le quali lo Spellato, un corpo disteso con i muscoli e i vasi sanguigni visibili, fino ai capillari realizzati facendo scivolare la cera con fili di seta. Come modelli furono usati del cadaveri dell’Arciospedale di Santa Maria Nuova, dai quali si facevano dei modelli in argilla per fare i calchi in gesso nei quali veniva poi colato il miscuglio di cere, resine e coloranti. Di grande interesse scientifico sono i modelli di anatomia patologica, che ci espongono le condizioni di salute alla fine del Settecento.
Molte delle cere sono state eseguite da Clemente Susini e dai suoi allievi.

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